
Lunedì 27
Se è vero che il Signore non parlava alle folle se non attraverso le parabole, forse è ciò che egli continua a fare ancora. Dio non ha cambiato stile: le nostre oscurità sono abitate da un lievito capace di far fermentare tutta la pasta. C’è una grandezza che risiede nelle cose più feriali di cui siamo invitati a cogliere ciò che è nascosto ma non per questo irreale. Talvolta, presi come siamo dal bisogno di vedere la pasta fermentata e un albero capace di accogliere tra i suoi rami gli uccelli del cielo e fare ombra ai passanti, non accogliamo la sfida del disperdersi del lievito nella pasta e del marcire del seme nella terra. Presi dall’obiettivo da raggiungere, è come se dimenticassimo che la parte più importante del processo sta proprio nel gesto della semina del seme nella terra e in quello dell’immistione del lievito nella farina. Dio continua a impastare la mia esistenza e a deporre il seme della mia vita perché tanti possano goderne il frutto. E se i momenti di oscurità e di fatica fossero in realtà la prima fase di quel processo che porterà a vedere un frutto insperato?
Mt 13,31-35
Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».