
Domenica 15
“Passando vide un uomo cieco dalla nascita”. La speranza per lui e per noi sono quegli occhi aperti di Gesù, il quale si ferma a guardarci. Quello sguardo ha acceso la luce. Storia di buio, quella dei farisei. Uomini sulle cui labbra ricorre di continuo il termine peccato, quasi una sorta di ossessione. Una religione, la loro, ridotta a questioni di peccato. Anche i discepoli erano ossessionati da tale questione. Quando infatti vedono il cieco non riescono a fare di più se non discutere sul peccato: “Chi ha peccato…?”. E Gesù interviene senza mezzi termini: non impoverite la fede riducendola ad una questione di peccati. La fede è compiere l’opera di Dio. Questi uomini sono legati ai loro libri, ai loro schemi, alla loro presunzione di sapere tutto, di vedere tutto e perciò di farsi legge per gli altri. A che cosa assomiglia il nostro cammino? A un lento procedere verso la luce o al rigido convincimento di vedere già tutto chiaro?
Gv 9, 1-41
Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».
Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa "Inviato". Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.