
Sabato 12 aprile
La decisione di uccidere Gesù nasce da una mescolanza tra risentimento e paura. Sembra che il Vangelo ci dica che quando viviamo male qualcosa vediamo tutto male, anzi giustifichiamo anche le scelte sbagliate che prendiamo a partire da questo sguardo distorto. Insomma, se uno ci è antipatico, tutto quello che fa è fatto male, Noi non siamo migliori di quelli che uccisero Gesù, ma siamo sempre in tempo a ravvederci.
Gv 11, 45-56
«Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione».
Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.
Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli.
Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».