
Sabato 17
Maria, cuore immacolato di immacolata maternità, ci fa entrare nel suo cuore, ovvero nelle sue infinite doglie, cominciate nel parto e mai finite. Doglie di distanza della mutua appartenenza che non è mai possesso, perché l’altro non potrai mai dirlo veramente “tuo”, nemmeno quando ti illudi di pensarlo come “mio figlio”. Espropriata di se, nullatenente, il cuore di Maria, doglia dopo doglia è diventato porta sempre aperta, e tavola sempre illimitata nei posti che offre a sedere.
Lc 2,41-51
I genitori di Gesù si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero.
Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Ed egli rispose: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma essi non compresero le sue parole.
Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore.