Santuario N.S. Montallegro

Il Borgo di Rapallo nel XV secolo

L’anno 1557 fu per l’Italia, infelicissimo. Divenuta campo di battaglia tra francesi, spagnoli e imperiali che qui si contendevano la supremazia in Europa, essa era afflitta dai mali che gli eserciti stranieri solevano portare con se, peste e carestia, oltre spavento e sangue, cui s’aggiungevano allagamenti delle campagne provocati dalle piogge insistenti e torrenziali, che cagionavano inoltre distruzioni di edifici, morti di uomini e di animali.

La Repubblica di Genova da sempre travagliata dalle lotte tra le famiglie più potenti, ora era anche travagliata dalle insurrezioni dei popolani e dalla risorgente agitazione dei Corsi.
Dai golfi del suo mare e dalle foci dei suoi fiumi, con frequenza sorgeva d’improvviso, come fantasma, la pirateria tunisina e algerina che feriva, uccideva, saccheggiava, distruggeva, poi trascinava nella sua fuga uomini, donne, ragazzi.

A un terzo del percorso rivierasco Genova-La Spezia, non a ridosso, ma cinta da un arco ininterrotto di colline che salgono e diventano monti, bagnata a Sud dalle acque del Boate e da una spiaggia scoscesa, siede Rapallo, la città su una delle cui alture stanno per verificarsi avvenimenti che muteranno il corso della sua storia.

Le avvisaglie delle incursioni barbaresche di Levanto e di Moneglia e il preallarme lanciato alle Autorità della Repubblica di Genova dal Castellano di Portofino e l’informazione del Potestà di Recco che  9 galere turche erano già nelle vicinanze di S. Fruttuoso con una cinquantina di uomini e donne uccisi e prigionieri: tutto ciò non valse a premunire Rapallo dall’attacco di Alì Dragut Rais.
Il 5 luglio 1549, infatti, assalì il Borgo seminando distruzione e morte. Cento, tra giovani e ragazze, furono presi e portati schiavi ad Algeri.
Rapallo conta poco più di 1300 abitanti, dediti soprattutto all’artigianato dei velluti e dei tessuti in seta, ad un ben modesto commercio di agrumi, olio e saponi, all’allestimento di qualche scafo e alle attività proprie di una avara agricoltura e di una altrettanto prodiga pesca.
I ceti più poveri sono costretti a convivere con la perenne carestia e tutti, poi, sono esposti a quelle epidemie che, diffondendosi in modo inarrestabile, aprono nelle popolazioni vuoti spaventosi per mancanza di efficaci rimedi sanitari.
Anche la morale vacilla, e persino in campo religioso si deve registrare la preoccupante penetrazione luterana per il tramite di alcuni irrequieti frati agostiniani, all’ammonimento dei quali, nel settembre 1556 si indirizzano tre documenti pontifici.
Inefficiente poi l’autorità costituita. Il podestà rapallese Bernardo Negrone Pastine, il 12 giugno 1557 così si esprime in una comunicazione al Senato genovese: “Vedendo con quante difficoltà, travagli e stenti duro a far le guardie in questo loco et circostantie a questi popoli dai quali non essendomi prestata quella ubbidientia che si converrebbe, massime non avendo più autorità di quella che io ho sopra questo negotio… chiedo l’autorità di commissariato in far fare este guardie secondo che per lo passato hanno dato e concesso a miei predecessori…”.

Il gemito di chi, nella primavera del 1557 reggeva la Podesteria di Rapallo, inconsciamente esprimeva quello di tanti suoi sudditi e non fu inascoltato: venne misteriosamente la salvezza e venne dai monti che Dio ama (“Fundamenta eius in montibus sanctis…”).

Sul monte Ponzema che si eleva sul golfo di Rapallo, prende avvio il mutarsi delle sorti di tanta parte della Riviera orientale ligure; il ritrovamento dell’Icona (che il popolo chiamerà “Quadretto) sarà il Segno della presenza della Madre di Gesù e quindi della rinascita spirituale e sociale del Borgo.

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